Benvenuti al sud: come (e perchè) abbiamo fondato Vectis

Luca Capobianco e Gianluca De Pascale, i fondatori di Vectis, sono stati intervistati da Cinzia Ficco per Democratica. L’intervista è stata inserita nel volume “Mezzogiorno in Progress”, una mappa di orientamento sull’economia e la politica di sviluppo del Mezzogiorno, presentato a Bruxelles il 5 febbraio 2020.

Luca era presente quel giorno, come raccontato su Facebook:

La conversazione, riportata integralmente, racconta i motivi che hanno spinto Luca e Gianluca a tornare al sud e a cimentarsi nella fondazione di una start-up innovativa, con tutte le sue difficoltà e, per fortuna, anche soddisfazioni.

In breve, perchè sei tornato?

Luca Capobianco: Nel 2012 feci il colloquio di lavoro che mi riportò poi in Campania, un colloquio avuto in Toscana, dove risiedevo, per discutere di un lavoro a Napoli.
Il valutatore, mio futuro capo divisione, napoletano di origine e toscano di adozione mi chiese proprio come mai volessi fare un passaggio che era a suo dire anomalo. Ci misi un attimo a capire cosa intendesse, perchè il fatto è che su questa “anomalia” siamo tutti implicitamente d’accordo e ogni volta che qualcuno mi pone questa domanda, e capita spesso, io intendo un

Ma chi te l’ha fatto fare a tornare qua?” Nessuno, l’ho scelto.

Esiste una linea immaginaria che divide in due il paese; al di sotto di questa linea, è intrinseco che restare o ritornare equivalga ad avere ambizioni moderate o al non averne affatto e si cresce con questo assunto. Dopo 14 anni in Toscana e uno a Valencia, mi chiedevo costantemente quale dovessi considerare come “casa” e dove portare le mie ambizioni; alla fine decisi che per un po’ la mia casa e il luogo delle mie ambizioni sarebbe stata quella “al sud”, sfidando il senso comune e anche alcuni personali retropensieri.

Gianluca de Pascale: perché non avevo scelta. l’Università di Siena, in cui avevo speso i miei primi dieci di carriera, si è trovata improvvisamente in bancarotta per cattiva gestione finanziaria. In quanto ricercatore precario il mio stipendio dipendeva dall’ateneo, e quando l’ateneo non è più stato in grado di sostenerlo mi sono trovato davanti ad un bivio: restare “pro bono” sperando in un “miracolo”, oppure andare via a cercare qualcosa di meglio.

Non te ne sei mai pentito?

Luca Capobianco: Pentito no, mai, non è una categoria del mio carattere. Credo che ogni scelta abbia radici profonde e non vada mai giudicata a distanza di tempo quando la situazione e le condizioni sono ormai cambiate.

Tuttavia, il peso delle difficoltà si fa sentire quotidianamente,  le mie giornate sono scandite da una alternanza di momenti di entusiasmo ed ottimismo a momenti di sconforto. Sembra quasi folle, ma dal confronto continuo con i colleghi sono sicuro che questa altalena di emozioni contrapposte sia condivisa da chiunque provi a fare impresa nel digitale, mondo in cui il tasso di mortalità di startup e neo imprese è molto alto.

Se dovessi cominciare a rimuginare sul “se avessi fatto diversamente” preferirei prendere atto delle cose, reagire di conseguenza. Se così fosse, rifarei le valigie domattina.

Gianluca de Pascale: come ho detto, non ho avuto scelta. Mi mancano tantissimo la mia vita e la mia carriera accademica precedenti. ma visto che doveva andare per forza così, mi pento piuttosto di non essere andato via prima.

Quando hai maturato l’idea di Vectis?

Come forse tutte le attività imprenditoriali,

l’idea è nata dalla voglia di trasformare in valore la nostra conoscenza;

abbiamo investito molto nella nostra formazione e volevamo creare un ambiente in cui continuare a “fare scienza” applicata alle cose quotidiane.

Con un background nel settore delle telecomunicazioni, una specializzazione nel machine learning e un “futuro” co-founder con una solida formazione in tema di matematica applicata all’ottimizzazione di processo, la suggestione di trasferire questa conoscenza al mondo dell’impresa era davvero molto forte.

La visione di un approccio moderno, con possibilità di interconnessione di tutti i rami della azienda, ci sembrava allo stesso tempo folle, affascinante e ovviamente rischiosa, perchè partivamo completamente da zero. Nel corso del 2013 la diffusione delle tecnologie abilitanti (mobile, cloud, rete, disponibilità di dati, capacità computazionali) aveva raggiunto un livello di diffusione ed accessibilità sufficiente per cominciare ad immaginare di poter costruire qualcosa da un ufficio con due scrivanie.

Perchè il nome “Vectis”?

Vectis significa “leva”. Abbiamo voluto trasferire al software il principio della leva, che permette di riorganizzare le forze in modo tale da ottenere grandi risultati impiegando uno sforzo minimo. E’ un concetto trasversale che è stato preso in prestito anche nella finanza con la “leva finanziaria” e con cui la nostra idea è strettamente connessa. Come fossero una leva, gli strumenti digitali trasformano un moderato investimento in profondi cambiamenti ed aumento delle prestazioni di una azienda.
Il logo invece nasce dall’idea della fusione fra la leggerezza del digitale e la pesantezza delle macchine, un tributo alle “Lezioni Americane” di Italo Calvino, che nella lezione dedicata alla leggerezza esprime in maniera visionaria tutto ciò che la rivoluzione del digitale sta oggi dimostrando.

In due parole cosa offre Vectis? 
Volendo semplificare al massimo, offriamo software aziendale. Un po’ più nel dettaglio, l’innovatività sta nel fatto che la nostra soluzione mira sempre ad inserire dei “sistemi esperti” nei processi aziendali, che in pratica sono degli

algoritmi in grado di suggerire soluzioni, offrire o fornire supporto alle decisioni, velocizzare o automatizzare delle operazioni ripetitive.

Tutto ruota intorno al pensiero che condividiamo, ovvero che  se un’ azione è faticosa, ripetitiva, noiosa allora deve essere svolta da un computer, non da una persona.
Ma più che sul “cosa”, vorrei spostare l’attenzione sul “come”, che è forse l’elemento più innovativo nel nostro flusso di lavoro.

Sulla base dell’esperienza, abbiamo suddiviso  la relazione con il cliente in 5 passaggi, che scandiscono la gestione del progetto dalla richiesta specifica fino alla realizzazione dell’infrastruttura, standardizzando un percorso di digital partnership che abbiamo denominato “Bloom”.

Il fulcro principale del processo sono le continue interviste e validazioni da parte del cliente che accompagnano le “continuous delivery”, il rilascio continuo della soluzione a “piccole dosi”: mentre il cliente già utilizza il sistema, lo vede crescere e lo “valida” in continuazione limitando drasticamente i fattori di rischio e di incomprensioni.

Quanti siete?
Troppo pochi. Oltre ai soci fondatori, un giovane e brillante tirocinante e collaboratori/sviluppatori esterni.

Quanto fatturate?
Ancora non abbastanza per stare sereni. C’è da dire però che, dopo anni di lavoro e di sviluppo a colpi di 18 ore al giorno, siamo da pochi mesi giunti ad una offerta che sta arrivando adesso sul mercato, e che continuiamo ad integrare e sviluppare quotidianamente. Nel corso di questo anno ipotizziamo un ragionevole cambio di passo.

Chi sono i vostri clienti?
Principalmente aziende che hanno preso coscienza del fatto che gli strumenti digitali non sono più una scelta, ma una condizione necessaria per restare competitivi. Attualmente il nostro portafoglio è composto principalmente da aziende di produzione e di logistica campane. Abbiamo da poco avviato anche una importante partnership con TIM che sta acquisendo alcune delle nostre soluzioni nella sua rete commerciale.

Ce ne sono anche fuori regione, magari all’estero?
Stiamo dialogando con aziende venete, toscane, laziali e due aziende inglesi che necessitano di competenze specifiche sulla fatturazione elettronica per penetrare il mercato italiano. Pur non avendo una vera struttura commerciale facciamo del nostro meglio e, analizzando le esperienze precedenti, sappiamo che i nostri cicli di vendita vanno fra i 12 e i 18 mesi. Incrociamo le dita.

Cosa è stato difficile nel mettere su l’azienda?
Senza un vero seed iniziale o senza una storia imprenditoriale alle spalle, tutto è difficile. Persino il rilascio di una carta di credito per gli acquisti online. Riavvolgendo il nastro, il digitale e il suo indotto hanno creato possibilità che non esistevano e credo che abbiano contribuito a creare anche una classe di neo-imprenditori con ridotte capacità di investimento: fino a venti anni fa, una azienda nasceva solo se si disponeva di capitali e, ancora oggi, forse nell’immaginario collettivo la parola “imprenditore” evoca subito un’associazione all’idea di ricchezza.

Oggi le imprese nascono da una stanza con due computer e, rispetto a questo dato, il contesto è rimasto indietro, particolarmente nelle regioni del sud. Gli strumenti, anche finanziari, non sono adeguatamente scalati e adeguati alle reali esigenze e, troppo spesso, la materia è trascurata da chi invece dovrebbe fornire informazioni chiare in merito.

Un esempio fra tanti che abbiamo vissuto in prima persona: Vectis è stata riconosciuta startup innovativa, ma l’iter per il riconoscimento è stato più complicato di quanto avrebbe dovuto e il riconoscimento di alcuni diritti, come l’esonero da alcune tasse, ci è stato negato. In altri termini,

mentre da una parte le nostre aziende digitali devono correre perché il mercato lo richiede, dall’altra devono adeguarsi troppo e troppo spesso ai tempi e ai rallentamenti imposti dagli interlocutori che tardano ad adeguarsi.

E un breve passaggio anche sul regime di tassazione: una startup innovativa non dovrebbe essere tassata come una normale srl. A mio avviso è irragionevole che lo stato da una parte riconosca ad una impresa il merito di fare innovazione (e quindi investimenti) e dall’altra tassi a pieno regime dal primo giorno di attività.

Tempo e risorse economiche investiti?
Praticamente tutto il tempo e tutte le risorse a disposizione; il progetto ha rosicchiato un po’ alla volta anche il tempo degli hobby. Per usare una metafora, “la spia della riserva è sempre accesa”.

Come hanno risposto le istituzioni?  Vi hanno dato una mano creando un contesto favorevole?
Purtroppo tutto ciò che posso dire in merito è la totale assenza di dialogo con le istituzioni, che lasciano completamente all’iniziativa privata qualsiasi forma di progettualità. Su questo tema, vorrei che fosse chiara la nostra posizione: non riteniamo affatto che le istituzioni debbano dialogare sui temi o sulle necessità sollevate dalla singola azienda.

Le istituzioni devono creare le situazioni favorevoli allo sviluppo e per fare questo devono offrire strumenti che vanno adeguati alle esigenze del territorio di competenza e soprattutto ai destinatari degli strumenti messi in campo.

Se parliamo di Campania, non si può pensare di applicare gli stessi modelli che si applicano su scala nazionale contemporaneamente al capoluogo e alle aree interne sperando di ottenere gli stessi risultati; né tantomeno sembra ragionevole non differenziare gli interventi sulla base dei destinatari. E qui torno sul tema degli strumenti finanziari: la maggior parte dei bandi di finanziamento richiedono contemporaneamente importi minimi di investimento piuttosto alti, con erogazione solo a fronte di dimostrazione di spesa, ovvero a stato di avanzamento chiuso: questo per microimprese è assolutamente non sostenibile e occorrerebbe rimuovere almeno il vincolo sull’importo minimo. In alternativa, preferibilmente prevedere dei bandi a sportello di piccoli importi a cadenza regolare, ad esempio bimestrale, che detto in termini semplici significa che riteniamo che il sud abbia molto più bisogno di 50 progetti da ventimila euro piuttosto che di uno da un milione.
Infine, nella maggior parte dei bandi non sono finanziabili le attività dei soci lavoratori, vincolo che esclude completamente la maggior parte delle piccole aziende digitali in crescita.
In pratica, i nostri interlocutori istituzionali quando aprono i bandi sembrano non conoscere le esigenze dei destinatari o, forse più correttamente, calibrano il bando solo su un certo tipo di destinatario, meno numeroso sul territorio ma più ricco in termini di capacità di investimento.

Cosa manca ad un’azienda come la vostra per crescere  in un contesto come il Beneventano?
In termini di business il legame con un territorio si instaura su due pilastri: sulla vendita, rivolgendo la propria offerta a clienti di quel territorio, nonché sulla produzione, impiegando risorse e competenze del territorio.

La tipologia di attività che portiamo avanti non ci vincola a puntare su una clientela di un territorio specifico e, a conferma, stiamo lavorando anche su un prodotto consumer con potenzialità worldwide.

Al contrario, la struttura di produzione vorremmo attingesse direttamente dalle eccellenze del territorio: per questo motivo, con un notevole impegno di tempo e risorse, cerchiamo di portare avanti progetti con Scuole ed Università.

In questo periodo siamo impegnati con l’Università del Sannio in un progetto trasversale in cui sono coinvolti il Dipartimento di Ingegneria e di Economia: gli studenti seguiti dai rispettivi tutor lavorano alla definizione del prodotto consumer di cui parlavo.
Siamo in grado di creare queste buone occasioni anche grazie al lavoro di intermediazione che fanno le associazioni di categoria di cui siamo parte, fra cui Confindustria Benevento, e a cui riconosciamo essere un valido supporto nel coordinamento e nel dialogo con alcune istituzioni. Nella stessa maniera ci siamo resi disponibili per progetti di alternanza scuola lavoro, entrando in contatto con un gruppo di studenti dell’Istituto tecnico Industriale della città che ci hanno davvero sorpreso per capacità e competenza. Proprio da questa esperienza è nato un rapporto di tirocinio finalizzato all’assunzione.
Non possiamo comunque affermare che collaborazioni di questo tipo siano la prassi, al contrario sono molto rare e, come dicevo prima, sono sempre delegate alle iniziative private o di gruppi di privati. Qui nel Sannio, dove la vocazione non è certamente imprenditoriale, gli imprenditori sono isole sia nell’attitudine che nel modo di pensare, ed è forse proprio dalle relazioni, dalle reti e dai progetti comuni che il Sannio dovrebbe ripartire, come la maggior parte delle aree del Sud.
Abbiamo molte idee in merito a progetti trasversali fra aziende, promozione del territorio, tecnologia, infrastrutture ed istituzioni, ma la lentezza nel coinvolgimento dei soggetti rallenta o rende impossibile la creazione di tavoli di discussione.

“Fare rete” è la parola d’ordine che viene ripetuta continuamente negli incontri istituzionali, ma all’atto pratico vige la regola del tutti contro tutti. 

Avete concorrenti temibili nella stessa regione o offrite soluzioni  differenti e perchè differenti?
Senza dubbio, il nostro è un settore in crescita che comincia ad essere piuttosto affollato e presidiato dai giganti del settore.
Come già detto, la nostra offerta si differenzia per una metodologia di gestione di progetto che abbiamo messo a punto nel corso degli anni, che riduce di molto i tempi di messa in opera e semplifica la comunicazione con il cliente, che sulla base della nostra esperienza è la fonte principale nei ritardi di consegna.

Avete in mente di assumere in futuro personale, di espandervi o di diversificare l’offerta?
Certamente. Abbiamo già un tirocinio finalizzato all’assunzione e ne verranno sicuramente altri, ma dobbiamo procedere con cautela, tenendo bene in sicurezza il flusso di cassa. Purtroppo, restiamo con i piedi per terra e tutti sappiamo quanto costa un lavoratore in Italia. Sulla diversificazione dell’offerta lavoriamo continuamente, il nostro è un mondo in cui l’aggiornamento ha dei ritmi davvero infernali.

Dopo aver raggiunto una buona disponibilità di sistemi software, stiamo entrando anche nel mondo dell’internet delle cose (IoT – Internet of Things).

Scambiandoci continuamente competenze con un collaboratore esterno, stiamo sviluppando a passi veloci un

progetto di monitoraggio ambientale per la prevenzione delle malattie della vite e dell’olivo.

E in questo ritorna il legame con il territorio sannita, a vocazione fortemente vitivinicola e olearia.

Si può dire che la Vectis abbia creato valore aggiunto a Benevento e alla regione? Di che tipo?
In tutta onestà crediamo che la nostra realtà sia ancora troppo piccola per parlare di ricadute dirette sul territorio, ma facciamo del nostro meglio. L’attivazione di un tirocinio, i rapporti con le scuole, con le Università, il supporto alle associazioni di categoria riteniamo che siano delle piccolissime gocce che stiamo faticosamente instillando nel grande mare dell’economia del Sud.

Vi sentite tipi tosti?
Non abbiamo il tempo per pensarci, ditecelo voi. Di duro però abbiamo sicuramente la testa.

il sogno nel cassetto da realizzare tra una decina d’anni?
Una azienda moderna che fatturi abbastanza da avere un centro di ricerca e sviluppo interno. O in alternativa, avere un po’ di tempo libero.

Si può dunque restare al Sud e tentare di avviare progetti apparentemente impossibili come il vostro?
Si può tentare, bisogna soltanto prepararsi adeguatamente a combattere le gastriti.